Montevecchio e la via delle miniere in Sardegna

montevecchio

Montevecchio è un piccolo borgo minerario abitato ormai da poche centinaia di persone. Un tempo era la più grande miniera di piombo e zinco in Europa. Il suo decadimento, iniziato alla fine degli anni ’60, è dovuto, non all’esaurimento dei suoi giacimenti, ma ad una ferrea legge di mercato per la quale il prodotto non può costare più del suo valore. E’ ubicato a sud-ovest della Sardegna, nella zona del Sulcis-Iglesiente, a 352 m. sul livello del mare.

E’, per posizione e per clima, una zona ridente, dove i tre regni della natura: animale, vegetale e minerale hanno armonizzato così bene che è impossibile separarli. Il centro di Montevecchio è uno degli insediamenti minerari più antichi della Sardegna: le prime tracce di estrazione risalgono al periodo fenicio e romano, presenza testimoniata anche dal ritrovamento nelle gallerie e negli scavi di tazzine in rame, picconi di ferro, scodelle di piombo ecc. MEDIOEVO Durante il medioevo si scavarono limitati quantitativi di galena per uso ceramico, mentre i secoli XIII e XIV videro fiorire l’Iglesiente minerario. La dominazione spagnola fu nuovamente un periodo di scarso interesse per i giacimenti; si continuò saltuariamente a estrarre galena, impiegata per smaltare stoviglie e per la produzione di piombo trasformato soprattutto in pallottole per fucili da caccia e sigilli di atti notarili. Dopo alterne vicende di fasto e abbandono, l’interesse per Montevecchio si risveglia prepotentemente quando, intorno alla metà dell’800 Carlo Alberto firma la concessione perpetua delle miniere al sassarese Giovanni Antonio Sanna. Prima del 1848 non vi era segno di vita; sentieri, valli coperte di lentischio, corbezzolo, querce, qualche casupola di pastori arburesi sparse qua e là. Una valle di silenzio.

LA GRANDE TRASFORMAZIONE

Sotto la guida del Sanna e della sua famiglia inizia la grande trasformazione. Vengono costruite le prime strade che collegano Montevecchio, completamente isolato fino ad allora, a Guspini ed Arbus. Sorge il Palazzo della Direzione, imponente e lineare, decorato da bellissimi affreschi, con un porticato interno a colonne e ballatoi protetti da ampie vetrate, che oggi ospita mostre e musei sulla vita mineraria e sulle caratteristiche florofaunistiche e mineralogiche della zona. Viene costruita la cappella di Santa Barbara, l’ospedale, uno dei più moderni di quei tempi, e strutture di accoglienza (i cameroni “a bocca di pozzo”) per permettere ai minatori di avere un luogo dove riposarsi, purtroppo nè confortevoli nè igienici. 1873 Nel 1873 il numero degli addetti alla miniera è già di 1500 unità; sorgono baracche e casette in muratura un pò dovunque, sono molti coloro che si sono portati la famiglia. Una moltitudine di donne lavora in miniera. Partono da Guspini ed Arbus alle prime ore dell’alba, a piedi, per essere sul posto di lavoro alle sette. Hanno il gravoso compito della cernita del minerale, separano quello ricco da quello sterile, lo insaccano e lo trasportano su bardelle di legno ai lavatoi e poi ai frantoi. Svolgono il loro lavoro per otto, dieci ore in mezzo alla polvere e ai detriti di minerale. Queste lavoratrici, vilmente retribuite, senza ferie, senza assistenza alcuna, sono il ricordo di una realtà sociale di quei tempi. Nei piazzali e nelle laverie accanto alle donne lavorano anche i bambini. Una testimonianza, Ersilia Ruggeri, (anni 81): “A quindici anni entrai a far parte del mondo della miniera: un mondo strano nel quale si perdeva la cognizione di essere uomo o donna perché la fatica non guardava in faccia nessuno e abbruttiva tutti…”. PRIMI ANNI DEL ‘900 Sono i primi anni del ‘900 quando viene realizzata la prima centrale elettrica in Sardegna (in tutto il mondo ne esistevano 500) e quando viene organizzato il primo sciopero dei minatori sardi. Rivendicano le otto ore lavorative, la distribuzione gratuita dell’olio per le lampade per i lavori in galleria, la distribuzione gratuita dell’acqua potabile. Lo sciopero dura 20 giorni, vi prendono parte 1300 lavoratori. Le condizioni dei lavoratori migliorano di poco. Bisogna aspettare il 1938 per avere le prime scuole elementari, il dopolavoro, il cinematografo. Il paese, ormai si può chiamare tale, ha finalmente una serie di servizi che permette una vita sociale intensa. Il 1948 segna l’inizio di un altro sciopero, quando l’azienda impone il “Patto Aziendale”. Sono 3750 i minatori impegnati nelle miniere di Montevecchio, se ne deduce quale importanza economica ricopra la miniera per le popolazioni. Il patto impone un minimo di 20 giorni di lavoro continuato, in caso di assenza per malattia si perde ogni diritto e il premio. Non si deve inoltre appartenere a partiti sovversivi. Un patto fatto ad arte, non per favorire l’operaio, ma per aumentare la produzione e l’utile dell’Azienda.

Risorse utili sulla Sardegna:

Sardegna Turismo
Sito Regione
www.bluAlghero-Sardinia.com

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