L’eremo di Santa Caterina del Sasso e gli altri luoghi da visitare sul lago maggiore

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L’obiettivo principale rimane l’eremo di Santa Caterina del Sasso, anche se i chilometri spesi per raggiungere il lago Maggiore possono trovare ulteriore giustificazione in un ampliamento dell’itinerario che arrivi a comprendere le Isole Borromee e la parte meridionale della sponda lombarda del bacino lacustre. Ma nulla è così straordinariamente impressionante come l’ardita costruzione che, strappate poche decine di metri quadri di roccia allo strapiombo del monte di Sasso Ballaro, nobilita il profilo della cosiddetta “sponda magra” del Verbano, all’altezza dell’abitato di Reno. Una gita in battello consente di spingersi, prima, fino alle Isole Borromee.

L’isola Madre, la più grande delle tre, in questa stagione si trasforma in un vero giardino popolato dalle più nobili varietà di animali, mentre l’isola Bella si presenta sempre in forma smagliante grazie al fascino che sa sprigionare il Palazzo Borromeo, voluto nel XVII secolo da Carlo III e realizzato con il contributo dei più grandi progettisti dell’epoca. Da non perdere, la pinacoteca e il giardino all’italiana che ne adorna i contorni. Una visita la merita anche l’isola dei Pescatori, per apprezzare la pittoricità del minuscolo villaggio ritagliato sulle sue brevi sponde.

La gradevole circumnavigazione del ramo meridionale porta da Stresa fino ad Arona e alla sua dirimpettaia Angera, cittadina dominata da una rocca di origini romane e longobarde, dalla quale si gode un panorama sulle acque davvero speciale. Durante la marcia di avvicinamento all’eremo non va vanificato il passaggio per Ranco, piccolo paese rivierasco famoso per il suo “Museo dei Trasporti”, in cui a fare la parte del leone c’è una fedele ricostruzione dei servizi di trasporto ferroviario dalle origini ai tempi nostri. A Ranco si trova uno dei ristoranti più celebrati del lago Maggiore, «Il sole» (piazza Venezia 5, telefono +39/0331/976507): il pesce di lago, come lo cucinano lì, è assolutamente inedito.

A una ventina di chilometri è situato il borgo di Reno. Qui si abbandonano i mezzi motorizzati per visitare Santa Caterina. Una passeggiata di una decina di minuti (e di oltre 300 gradini) conduce alle opere di ingresso del complesso monastico, le cui fondamenta vennero gettate in quella fantastica posizione nel 1170, quando Alberto dei Besozzi, scampato miracolosamente a un naufragio, obbedì al voto espresso in quella circostanza ritirandosi a vita solitaria fra quegli spuntoni di roccia. Il complesso si ingrandì nei secoli finché gli Asburgo, nel 1770, ordinarono la chiusura delle case religiose minori. Da quel momento l’eremo conobbe un lento e inesorabile degrado, al quale la regione Lombardia si è opposta con un intervento conservativo che ha oggi restituito il monumento al rango della sua grande storia.

L’ingresso si apre direttamente nel Convento. Particolarmente suggestivi sono il loggiato e soprattutto la sala capitolare, sulle cui pareti sono conservati alcuni affreschi tre-quattrocenteschi. Proseguendo, si incontra il cosiddetto “conventino”, realizzato fra il XIII e il XIV secolo originariamente come cucina, poi adattata alle nuove esigenze della comunità ecclesiastica lì residente. Da non perdere, sulle pareti interne del portico, la sequenza di affreschi raffiguranti la danza della morte, strappata per restauri nel 1971 e riposizionata di recente. Dopo la spaccatura nella roccia, realizzata a imitazione di quella di Lourdes, si spalanca la vista della chiesa, realizzata nel XVI secolo, anche se la struttura porta i segni di tutte le chiese realizzate nel corso della vita del santuario. Ecco spiegate, dunque, le forme inusitate, a partire dalle tre cappelle laterali (San Nicolao, Santa Caterina e Santa Maria Nova) e dall’irregolarità delle navate, per arrivare al sacello e all’altare maggiore.

Straordinari gli stucchi e gli affreschi, in particolare quelli che decorano il sacello, cuore dell’edificio, costruito secondo le dimensioni del sepolcro di Santa Caterina sul monte Sinai. Di tanto in tanto è comunque consigliabile gettare un’occhiata alle “quinte”, quelle acque lacustri che soprattutto nelle ore vespertine conferiscono alla visita la suggestione necessaria per poter apprezzare a pieno la particolarità della struttura: va insomma riconosciuto che coloro che per primi intuirono le potenzialità del luogo non sbagliarono la loro scelta.

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